No, non mi occupo di cosmetici.

Sembra ci sia un tale Giorgio Bonfiglio che sta contattando persone online offrendo un lavoro a domicilio consistente nel confezionare cosmetici. Chiede una cauzione di 35€ da pagare tramite ricarica Postepay per l’invio del primo pacco di materiale, e ovviamente ricevuta questa cauzione non spedisce il pacco.

Ho fatto varie ricerche, e sembra se ne parli solo su questo sito, nei commenti. Il mio simpatico omonimo non sembra nuovo a queste attività: leggo che è già stato arrestato una decina di anni fa per aver sparso in giro una certa quantità di assegni falsi.

Il problema non è tanto il caso di ominimia, quanto il fatto che io, per chi cerca su Google quello che è anche IL MIO nome, occupo quasi tutta la prima pagina di risultati. Trovare i miei recapiti poi è facilissimo. Ho ricevuto una telefonata, e sono centinaia le persone che sono entrate su questo blog con keyword legate a questi avvenimenti: non me ne ero reso conto, ci sono arrivato solo a posteriori.

Sia chiaro a tutti: quello non sono io. Mi occupo di engineering di infrastrutture, non sono un odontotecnico. Nel 2003 non avevo 48 anni, e soprattutto non ho la passione dei cosmetici.

Mettetevelo in testa.

Design for Failure.

“Scusa ma non siamo capaci di offrirti la stabilità di cui hai bisogno, potresti pensarci tu?”

(Anonimo Cloud-Eretico sul Design for Failure)

C’erano una volta… gli sviluppatori, e le applicazioni. Gli sviluppatori si concentravano sul codice, dando per scontata la stabilità e la scalabilità dell’infrastruttura sottostante: usavano query SQL indescrivibili, ed era compito del sistemista farle girare velocemente, scrivevano codice senza gestione delle eccezioni perchè era compito del sistemista far si che quel determinato database server fosse sempre disponibile e non restituisse mai errori. Scrivevano software impossibile da distribuire su più macchine perchè tanto il sysadmin, in qualche modo, avrebbe fatto.

La colpa di ogni rallentamento o malfunzionamento di chi era? Del sistemista. Questo ha portato chi si occupa di infrastrutture a progettare soluzioni sempre più avanzate per far sopravvivere l’applicativo alle più inimmaginabili catastrofi, senza che questo subisse mai malfunzionamenti. Qualunque disgrazia fosse accaduta alle macchine che la servivano, l’applicazione sarebbe dovuta rimanere in piedi e funzionante.

Va detto che ci siamo (quasi) riusciti. Grazie alla virtualizzazione siamo arrivati a creare quello che è a tutti gli effetti hardware indistruttubile: la macchina fisica è diventata virtuale e quella virtuale sappiamo muoverla tra diversi nodi senza spegnerla, al solo costo di qualche millisecondo di freeze.

Abbiamo così creato piattaforme che astraevano quasi completamente la complessità sottostante, usando processori virtuali che restavano disponibili anche se quelli fisici prendevano fuoco e dischi virtuali che continuavano a servire dati anche se l’intero rack di storage veniva rubato dagli alieni.

Questa soluzione non era però ottimale: la replica sincrona, per esempio, era possibile solo in ristretti contesti geografici. Il costo di queste soluzioni era spesso proibitivo, e la loro complessità alta e non necessaria. Queste strutture, per quanto immortali potessero essere, erano sempre sotto la stessa autorità amministrativa. Tutto per non dare agli sviluppatori un compito in più: gestire la disponibilità dell’applicazione.

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(Anonimo Cloud-Eretico che non ha compreso il ‘Design for Failure’)

Poi è arrivata una nuova generazione di developers: sviluppatori che volevano più controllo, volevano poter decidere come l’applicazione avrebbe reagito a malfunzionamenti dell’infrastruttura, e soprattutto si rifiutavano di pagare al fornitore complessi meccanismi di failover perchè… non ne avevano bisogno. Sapevano fare di meglio e sapevano farlo in modo più economico ma soprattutto più effettivo, più semplice.

Questi sviluppatori non chiedevano più a chi vendeva infrastrutture hardware immortale, chiedevano semplicemente del ferro: di qualunque tipo, prestazioni, forma, colore e dimensione, ed in ogni luogo. Si sarebbero occupati loro di inoltrare meno richieste ai processori meno potenti, di tenere in RAM i dati se i dischi della macchina erano troppo lenti. Si sarebbero curati loro di evitare di interrogare un database server che non rispondeva più ai comandi.

Volevano occuparsi, soprattutto, delle azioni di disaster recovery nel caso in cui un intero datacenter fosse andato a fuoco. Perchè nessuno meglio dello sviluppatore può sapere come deve reagire una applicazione a determinati eventi e di cosa questa ha bisogno.

Hanno poi iniziato a chiamarlo ‘Design for Failure’. La disponibilità non è più compito di chi gestisce l’infrastruttura: è l’applicazione ad esser progettata per far fronte a ogni evento o disgrazia, e la struttura sottostante fa solo il sollevamento pesi.

Nel modello ‘Design for Failure’ ognuno fa il suo lavoro: lo sviluppatore conosce l’applicazione e si occupa di farla funzionare, il gestore dell’infrastruttura si occupa delle prestazioni ma non si infila più in infiniti tunnel senza uscita per garantirne la disponibilità. Tutti risparmiano, perchè è tutto più semplice, con meno sovrapposizioni. Tutti vincono: perde solo chi non ha voglia di innovare.

Ecco perchè questo modello non è un fallimento, come tanti lo descrivono: è il futuro.

Le cose che non sono.

Ho sempre risposto a tutte le email ricevute, ma recentemente la cosa è un po’ degenerata: ricevo richieste e proposte davvero fuori dal mondo, e questo mi fa perdere un mucchio di tempo (che non ho). Voglio continuare a rispondere a tutti come ho sempre fatto, e questo post, spero, mi salverà dalle 3/4 mail inutili che sono costretto a gestire ogni giorno: spero chiarisca definitivamente cosa sono e cosa faccio, ma soprattutto cosa non sono e cosa non faccio.

Andiamo con ordine.

Primo: Non sono un giornalista e questo non è un sito di news. Non scrivo recensioni sul mio blog ormai da anni e ho cancellato tutti i vecchi articoli. Non chiedetemi se sono disposto a scrivere del vostro servizio su questo sito, dietro compenso o meno. La risposta è e sarà sempre un “no”. Lo stesso dicasi per gli articoli a pagamento in genere. Questo è un blog personale: tecnico, autorevole quanto volete ma pur sempre personale e deve rispecchiare le mie idee e opinioni, senza nessuna sollecitazione esterna.

Secondo: Non sono neanche un PR, quindi per favore non contattatemi chiedendo di testare o usare il vostro servizio affinchè poi possa parlarne in giro o proporlo a qualcuno (mi sono anche sentito chiedere “se ospito il tuo blog sul mio nuovo hosting strafigo, quanti clienti/anno riesci a portarmi?”): non sono interessato a questo tipo di offerte.

Terzo: Quello che invece sono, è un consulente, con un forte background sui sistemi UNIX, sulle infrastrutture di hosting e sul cloud computing in genere (dettagli). Se avete lanciato un nuovo servizio che rientra nelle mie aree di competenza e volete il mio parere, sarò felice di darvelo (dietro compenso o meno, in base a quanto io sia personalmente interessato alla cosa). Tutti i servizi che valuto e che imparo ad usare entrano nel mio bagaglio personale e quindi è possibile io in futuro li utilizzi o li proponga a qualcuno, ma ricordate sempre che, come da secondo punto, mi state pagando per svolgere una analisi, non per farvi pubblicità.

Quarto: Non sono un webdesigner, non so dove lo abbiate letto, quindi fate in modo di non chiedermi più di fare siti web: non ne sono capace. Avete presente la pagina di default di Apache? Ecco, io sono a quei livelli. Quello che posso fare è mettervi in contatto con persone con cui collaboro e di cui mi fido, che al contrario di me i siti li sanno fare. Non fate quindi gli offesi se vi dico che non sarò io ad effettuare il lavoro.

Quinto: Non faccio hosting: no, non ce l’ho uno spazio per ospitare il vostro sito. Come per il quarto punto, posso mettervi in contatto con persone / società con cui collaboro e che fanno hosting, ma non me ne occuperò direttamente. Faccio il sistemista, quindi si, se vi serve qualcuno che progetti e gestisca una struttura dedicata per ospitare il vostro sito, potete contattarmi.

Sesto: Non offro consulenze gratuite travestite da consigli: non basta che nella mail che mi scrivete sostituiate la parola “consulenza” con la parola “consiglio” perchè un complesso lavoro retribuito diventi un atto di beneficienza. Amo gli scambi di sapere con i miei “parigrado”, e ritengo il dialogo e la condivisione fondamentali in questo ambiente. Ma se mi state contattando perchè io vi aiuti in una scelta o perchè io dall’alto vi risolva un problema, non c’è nessuna condivisione, il trasferimento di informazioni è unilaterale e che lo chiamiate “consiglio” o “consulenza”, si tratta di un lavoro che deve essere retribuito. Non fatevi ingannare dal tempo che impiego per dare una risposta: se mi viene chiesto quale software io ritenga più opportuno per creare una struttura di private cloud, la risposta consiste in circa 12 lettere. Pur essendo vero che si scrivono in 4 secondi, per arrivare a quella risposta che si basa sull’esperienza ho dovuto spendere una enormità di soldi, tempo e risorse in genere, che in qualche modo devono rientrare.

Settimo: Non sono un senzatetto. Sono sempre interessato a offerte di lavoro o anche a richieste di collaborazione non retribuite in vari tipi di progetti, ma per favore evitate di farmi perdere tempo con proposte ridicole come “Ciao, per 50€ mi installeresti un server di posta?”: per certe cifre, semplicemente non ne vale la pena e preferisco usare quel tempo per riposarmi.

Scusate la freddezza.

Era necessaria.

Giorgio

Ingegneria del Cloud Computing

Glossy Blue Cloud with ShadowMi auguro di non essere più su questo pianeta il giorno in cui qualcuno istituirà il corso di laurea in Ingegneria del Cloud Computing. Se dovessi ancora essere qui quando quel momento arriverà… ragazzi, sapete cosa fare.

La scorsa settimana ho scoperto che ci sono università che offrono corsi in materia di cloud: per ora si tratta di singoli corsi, i nostri classici 10 CFU. Mi sono documentato, ho cercato i programmi, le slide ed il materiale didattico. Il risultato è stato catastrofico: ho avuto modo di notare quanto il modello di insegnamento “passivo” universitario possa impoverire i concetti. Mi rendo conto che il problema sia il modello in sè (lo confermano persone parecchio più autorevoli di me) e so anche che impoverisce ogni materia, non solo il cloud, ma quest’ultimo mi tocca più da vicino, e penso di avere le competenze per cercare (e trovare, ovviamente) il pelo nell’uovo nonchè il diritto (dovere?) di criticare.

Faccio una premessa (e vi avviso già che me la tirerò non poco). Sono sul campo dal 2006/2007: gli anni in cui venivano lanciate le prime offerte “cloud” (2/3 anni prima del vero e proprio boom). Sono di quelli che l’hanno visto nascere e crescere, di quelli che hanno fatto in tempo a chiedersi “cos’è sta roba?” e che a questa domanda hanno trovato 150 risposte diverse, che hanno visto lanciarsi sul mercato i player che oggi sono i “big” del settore, sono tra quelli che hanno partecipato alle discussioni sullo sviluppo o anche solo sul naming dei vari componenti che lo rendono possibile.

Ho visto scorrere sangue in conseguenza a domande come “Hey, cos’è il cloud?”, date le centinaia di opinioni diverse in merito. Fin dagli albori ho iniziato a intravedere i vantaggi (e le sfide) che questo nuovo modello portava, e ho subito iniziato a lavorarci (forse sarebbe più onesto dire “giocarci”, almeno per quanto riguarda i primi tempi): è stato amore a prima vista. Ci ho dedicato, in un modo o nell’altro, ogni giorno della mia vita professionale fino ad oggi, e continuo a farlo. So come si usa, so come lo si rende possibile, so perchè va usato e quando.

Ecco perchè secondo me con l’università non può funzionare:

  • Nel cloud, in tutte le sue forme (SaaS/PaaS/IaaS) ci sono ancora troppe di discussioni aperte (la definizione stessa non è univoca). C’è parecchia instabilità, su tutti i livelli: com’è possibile insegnarne una singola versione, facendola passare per verità rivelata? Com’è possibile pretendere che qualcuno impari questa “verità rivelata” da un libro, quando se ci si mettesse a studiare su Google (anche se, purtroppo, non sembra pratica comune) emergerebbero milioni di opinioni diverse su ogni singola parola? Stiamo forse nuovamente premiando chi si mette li piegato sul libro e impara tutto a memoria senza mai guardarsi intorno?
  • I professori che tengono questi corsi, a quanto ho visto, non sono esattamente dei giovincelli. Parlo di persone che hanno passato gli ultimi 20/30 anni di vita nella didattica. Questo fa di loro degli ottimi professori, ma forse non ne fa degli ottimi insegnanti per un modello, il cloud computing, che esiste si e no da 6 anni: quante ore possono averci dedicato sul campo? Zero? Forse non sono nemmeno stati in prima linea abbastanza tempo per comprendere come mai è nato, quali sono le richieste che l’hanno fatto crescere, ed in quali ambiti si colloca. Come insegnano, ma soprattutto cosa insegnano? Parlano forse per sentito dire come la peggior pettegola di paese?
  • La volatilità dei concetti è estrema: parlando in generale, e non del singolo servizio dello specifico fornitore, quello che è vero oggi potrebbe non esserlo più domani. La difficoltà nello spiegare cosa sia un’istanza cloud è enorme: chiedetemi piuttosto cos’è un’istanza Amazon EC2, che a differenza della prima è qualcosa di ben definito.

Con questa poca esperienza e con questa miriade di discussioni attualmente in sviluppo, come si può pretendere di valutare con un numero le competenze di uno studente?

Mi spiego con un esempio: 4 anni fa, lo storage a blocchi tra le nuvole era presente in due forme. Quella persistente, affidabile, ultra ridondata ma tremendamente lenta, e quello locale, più veloce ma estremamente instabile e inaffidabile. Era opinione comune che i RDBMS “classici” come MySQL e Oracle non potessero essere spostati nella cloud, perchè avidi di IOPS. Se qualcuno mi avesse chiesto di elencare le differenze tra un VPS ed un Cloud Server avrei sicuramente citato questo punto: 4 anni fa, sarebbe stato parte della definizione.

Poi le cose sono cambiate: è arrivato chi ha messo una SAN ad alte prestazioni dietro agli hypervisor, offrendo storage ridondato ma ad alte prestazioni. Amazon ha lanciato gli EBS con “Provisioned IOPS”, che permettono di prevedere e garantire le prestazioni di un certo storage. Altri player hanno messo sul mercato soluzioni SSD-based sulle quali quasi non ci si accorge di essere in un ambiente virtuale.

Nel giro di pochi mesi, la “lentezza” dei dischi è sparita dalla definizione: non era più parte del cloud. MySQL tra le nuvole è diventato d’un tratto non solo possibile ma anche ottimale. Tutto è cambiato, di nuovo. A che cosa sarebbe servito spendere 10 CFU, 300 ore di studio, per imparare definizioni che erano già predestinate a diventare superate (e quindi, sbagliate)?

Questa è per tutti una grande occasione per buttare via il modello di insegnamento verticale, che evidentemente in questa materia non può funzionare, e per comprendere la dinamicità con cui ci si deve formare in un ambiente lavorativo, in contrasto con quello scolastico.

Lasciate che ad insegnarvi il cloud siano le centinaia di persone che l’hanno fatto, e non dei professori che, mentre tutti noi traslocavamo tra le nuvole, erano in aula a spiegare.

Qualche aggiornamento…

wip

Approfittando del week end pieno di cose da fare, ho aggiunto alla mia todo le pulizie di primavera del blog (a Novembre, ovviamente).

Riepilogo, in ordine sparso:

  1. Ho cestinato il vecchio tema, che era decisamente troppo pesante e scuro, sostituendolo con “Twenty Thirteen”. Colori a parte mi piace un sacco, ma per ora resta così perchè sto valutando di abbandonare WordPress e rischio di far sviluppare un tema per usarlo solo 2/3 mesi.
  2. Ho fatto un update del server: sono passato a Debian 7 e ho aggiornato PHP, MySQL e parenti all’ultima versione.
  3. Poco dopo aver completato il passaggio 2, a causa di un flooding di richieste, ho realizzato che il vecchio server era “troppo stretto” e, in piena logica “spendili sti soldi, cazzo”, ne ho installato uno con il quadruplo delle risorse rispetto al precedente.

Il nuovo server (gi.grg-web.eu*) è ospitato a Londra, contro il precedente (vs.grg-web.eu) che era a Vienna (vm.grg-web.eu, il predecessore di vs, era a San Jose): questo migliora il posizionamento internazionale, ma probabilmente penalizzerà leggermente le visite dall’Italia. Niente di eccessivo, prometto.

Sono cambiati entrambi gli IP, quindi potreste notare problemi legati ad eventuali cache naziste per le prossime 24/48 ore. Il blog ovviamente è ancora raggiungibile in dual-stack (sia IPv4 che IPv6).

Se doveste riscontrare qualche problema, vi prego di segnalarmelo: potreste vincere una caramella (e la mia eterna gratitudine, che comunque non è poco)

Grazie!

Ps: prometto che completerò in tempi brevi la pagina About Me. Nel frattempo potete tranquillamente fare stalking sul mio profilo LinkedIn, che mi sono degnato di aggiornare dopo 5 anni.

* Gi/G è il mio soprannome nel mondo reale (c’è gente che è morta dopo avermi chiamato GrG): di recente è stato battezzato un Beagle in mio onore, quindi, mi sono detto, perchè non anche un server?